Quando si ha la fortuna di parlare con Mauro Berruto si impara sempre qualcosa.

Abbiamo avuto l’opportunità di farvelo conoscere meglio durante questa lunga chiacchierata in cui abbiamo toccato diverse tematiche molto interessanti che vi riproponiamo.

 

Partiamo dall’inizio. Il primo approccio al mondo dello sport e della pallavolo.

“Partiamo da me giovanissimo allora. A 17 anni ho iniziato ad occuparmi di statistiche in una squadra di B2. Ricordo che l’allenatore mi invitò a casa sua e mi rovesciò un’enorme quantità di VHS dicendomi “incomincia da qua”. Armato di videoregistratori, lavoravo da autodidatta, mi inventai come studiare le statistiche, quali fossero più rilevanti. Fu importante un confronto con un mio amico, oggi professore al Politecnico, trovammo un software negli USA: avevo una macchinetta collegata al PC che leggeva i miei input da “stenografo” che rilevavo in tempo reale.

Nel frattempo “pedinavo” Gian Paolo Montali, allenatore di Treviso e riuscii a fargli vedere il progetto: “in B2 fai queste cose?!” mi disse. L’anno dopo mi chiamò come suo assistente all’Olympiakos e la mia carriera prese il volo: la statistica fu la mia spinta”.

 

 

La pallavolo e la statistica sono due mondi molto vicini.

Nella pallavolo esiste una cultura orientata ai dati. E’ stata proprio la pallavolo ad accompagnarmi verso una visione statistica. In alcuni altri sport, paradossalmente, qualcuno vede i dati come una deprivazione delle componenti istintive e intuitive: in realtà non vengono tolte, ma potenziate! Sorrido a chi sostiene che il dato deprivi, è una cultura ottocentesca di una classe che si vede minacciata dai dati. In realtà non è così, l’analisi è un supporto che ti permette di fare meglio l’allenatore, poi la differenza la fa chi sa interpretare meglio il dato. Oggi però le cose stanno cambiando, anche nel calcio tanti si affidano ai dati”.

 

A proposito di dati. Quanto è complicato gestirli?

“Ci vuole organizzazione. In panchina non volevo mi arrivassero diecimila dati. Alle spalle c’è un lavoro di analisi, di sintesi che mi portava a ricevere 10 dati rilevanti, di cui ne comunicavo 5 sperando che i ragazzi ne recepissero 2”.

 

Com’è nato il suo avvicinamento a Math&Sport.

“ Vi racconto un episodio. Nel 2014, dopo aver sentito parlare Alfio Quarteroni, consapevole che il dato statistico puro potesse dare una fotografia utilissima del passato, sfidai Ottavio Crivaro: “vorrei qualcosa che mi desse traccia di un comportamento atteso. Per sapere che tempo fa domani, non è sufficiente vedere che tempo ha fatto i 364 giorni prima”. Iniziammo così a ragionare sul real time e ci dicevamo scherzando: “pensa se dopo tutti questi studi poi perdi…”.

 

E come ci avete lavorato?

“Invitai Ottavio e il suo team in ritiro a Cavalese: da lì iniziammo a sviluppare l’’idea, dovevamo trovare il modo di permettergli di analizzare i dati real time, così durante le partite li facevo travestire da giornalisti e fotografi per essere in campo. Ricordo davvero con piacere tutti questi aneddoti e anche con un pizzico di orgoglio: sono felice di vedere che quello che realizzammo fu il “nonno” del Virtual Coach di oggi”.

 

 

Come avviciniamo il dato alla gente?

L’atleta è decisivo: quando lui va a cercare le statistiche a fine allenamento o a fine partita, hai vinto. Lo sport trasmette la cultura, arrivi ai tifosi perchè offri loro una chiave interpretativa di ciò che succede. Bisogna saldare la cultura dei dati alle caratteristiche di quello sport, in questo modo tutti i tifosi potrebbero percepire i dati per ciò che valgono, ovvero per la comprensione aumentata che offrono dello sport. A mio parere i dati ridurrebbero tanto anche i conflitti. Se godi di uno spettacolo comprendendolo al meglio, abbinando emozione e comprensione aumentata, lo vivi davvero al 100%”.

 

Dobbiamo ammettere che questa ultima risposta è davvero illuminante: ascoltandola, ci ricorda un po’ Jose Mourinho.

““Chi sa solo di calcio, non sa niente di calcio”: ve la ricordate questa citazione di Mourinho? Sposo in pieno questo concetto: la direzione orizzontale, la contaminazione di vari saperi, oggi la rivoluzione digitale ci deve stimolare ancor di più a seguire questo percorso. Lo sport deve mettere in connessione discipline diverse, cercando e premiando la competenza settoriale. Quando mi chiedevo come potessimo alimentare l’algoritmo per migliorare l’analisi dei dati per me era come leggere il Codice di Hammurabi. Per questo mi sono affidato a voi”.