Mauro Berruto è attualmente Direttore tecnico della Federazione Italiana Tiro con l’Arco. Laureato in filosofia, ha per lo sport una passione profonda. Questa passione lo ha portato negli anni a spaziare in qualità di allenatore dalla pallavolo al tiro con l’arco. Math&Sport è nata dalle sue idee, intrise di cultura umanistica e sportiva, intrecciate a quelle di Ottavio Crivaro, pallavolista e attuale Ceo della nostra startup.

Dottor Berruto, come si è appassionato alla matematica applicata allo sport?

Il mio primo incontro è avvenuto durante una conferenza in cui sentì parlare Alfio Quarteroni. L’argomento riguardava una serie di progetti sul tema medicale su cui Moxoff (spin-off del Politecnico di Milano da cui poi è sorta Math&Sport, ndr) stava lavorando.

Ricordo che presentò anche alcuni progetti sviluppati nello sport, nel campo della vela. Così mi balzò in mente che c’erano elementi interessanti da portare anche nel mio mondo, che in quel momento era pallavolistico. Infatti, in quel periodo lavoravo per la Nazionale italiana maschile di pallavolo.

E poi cosa accadde?

Contattai Alfio Quarteroni, il quale mi disse che l’amministratore delegato di Moxoff, Ottavio Crivaro, era un pallavolista. Così lo invitai in ritiro a Cavalese e cominciammo a mettere in comune impressioni e idee. Sia Ottavio che noi prendemmo la cosa molto sul serio.

Nella pallavolo c’è una cultura molto raffinata dal punto di vista della raccolta dei dati statistici. Tuttavia, spesso questi dati si riferiscono a match precedenti. Noi capovolgemmo un po’ la consuetudine, passando da un’analisi statistica pura a un’analisi algoritmica.

Qual era l’idea?

L’idea era di alimentare degli algoritmi con delle informazioni che potessero mettere questi stessi algoritmi nelle condizioni di prevedere il comportamento di un palleggiatore in date situazioni. Chiamammo questo esperimento ‘Il gobbo‘. Come la figura del gobbo a teatro, tentavamo di capire se io avessi potuto avere in panchina uno strumento che mi potesse fornire in tempo reale delle possibilità di previsione di quello che avrebbe fatto il palleggiatore, non studiandolo sulla base di ciò che aveva messo in atto nel passato ma che potesse prevedere il suo comportamento in determinate situazioni. Insomma, cercavamo di capire se gli algoritmi potessero comportarsi un po’ da oracolo!

volley

Quali furono i risultati?

Questo lavoro portò a dei risultati incredibili, che andarono ben oltre le nostre aspettative: arrivammo ad avere percentuali di risposte corrette che superavano il 90 per cento. Ci fu un grande entusiasmo, perché stavamo generando qualcosa di completamente nuovo e all’avanguardia rispetto alla consuetudine.

Lavorammo tantissimo per affinare questa ricerca algoritmica e i risultati ottenuti suscitarono un certo interesse non solo nella pallavolo ma in tanti altri mondi sportivi. E così nacque Math&Sport. Ecco perché mi sento un po’ il padrino di questa bella realtà.

Nel tiro con l’arco quale progetto avete sviluppato?

Quando arrivai al tiro con l’arco, una delle prime telefonate che feci fu ovviamente a Math&Sport. Anche in questa disciplina avevo identificato situazioni interessanti dove uno studio di analisi matematica poteva esserci utile.

A oggi stiamo lavorando quindi a questo nuovo progetto molto innovativo legato al tiro con l’arco. Lo abbiamo chiamato ‘Polifemo‘, perché il bersaglio ricorda un po’ il solo occhio del ciclope. Il software identifica in maniera automatica, attraverso degli algoritmi, il punto di impatto delle frecce sul bersaglio e quindi il punteggio.

L’arciere non deve fare altro che iniziare la sessione di allenamento indicando il suo nome e poi terminarla. In questo modo, il tiratore ha a disposizione un database con informazioni sulla sua prestazione in un tempo decisamente inferiore rispetto a quello che sarebbe stato necessario per raccogliere tutti i dati a mano. Ora stiamo già pensando a come tracciare il comportamento delle frecce in volo! Sono molto felice di partecipare anche a questo progetto!

bersaglio

Come si concilia il lavoro dell’allenatore con gli algoritmi?

Tutti questi studi e informazioni hanno senso se io, in qualità di allenatore, riesco a desumere dei principi di allenamento. Nella pallavolo ci siamo riusciti eccome!

La matematica studia un modello e restituisce all’allenatore indicazioni importanti. L’allenatore a sua volta deve riuscire a trasmettere quelle indicazioni al suo atleta, che si allena in virtù di informazioni arrivate da un modello matematico. Credo che la matematica, come molte altre scienze, permetta di migliorare le proprie prestazioni e quindi di vincere di più!

Qual è il vantaggio per un atleta di avere a disposizioni indicazioni fornite da algoritmi?

Sono fortemente convinto che qualunque informazione offra all’atleta un feedback oggettivo di quello che sta facendo è utile anche dal punto di vista mentale, poiché permette di uscire dall’interpretazione e avere un riferimento oggettivo. Questo crea grande forza anche dal punto di vista mentale, mette di fronte a informazioni che permettono di lavorare meglio.

Gli allenatori italiani sono pronti ad allenarsi con gli algoritmi?

Gli allenatori dovrebbero accogliere con entusiasmo queste nuove tecnologie. Non sarà mai un algoritmo ad allenare una squadra, ma è uno strumento utile ed è l’allenatore che decide come e quando utilizzare. È proprio l’utilizzo dello strumento che fa la differenza!

Alcune volte gli allenatori tendono a fidarsi del loro intuito, a ripetere quello che hanno sempre fatto o ad allenare nel modo in cui loro stessi sono stati allenati. Questo porta inevitabilmente che da qualche altra parte del mondo qualcuno si sia allenato un po’ di più o un po’ meglio e che quindi un giorno o l’altro ti raggiungerà e ti batterà.

La sfida dell’innovazione è prima di tutto fornire strumenti che devono essere messi a disposizione degli allenatori. Volerli usare è poi una decisione. A livello culturale, specialmente in alcuni sport, esiste ancora un gap che dobbiamo colmare in questo senso.

E gli atleti?

Continuare a misurarsi con delle innovazioni, l’idea di potersi sottoporre a queste contaminazioni che arrivano anche da mondi apparentemente diversi è un modo di tenere sveglia la testa, sperimentando cose nuove; per un atleta è fondamentale. La propensione a mettersi alla prova con qualcosa di nuovo deve essere una scelta di campo.

Quanto influiscono gli errori sulla strada dell’innovazione?

Il bello dell’innovazione è la forza di portare avanti progetti anche molto diversi e poi di decidere quali proseguire, quali invece occorre abbandonare e dove concentrare lo sforzo. Non si dovrebbe dare un peso troppo importante all’errore.

Si dice che nello sport o si vince o si impara e questo vale anche per l’innovazione. Se non vinci stai imparando qualcosa e probabilmente quella cosa la trasformerai in qualcos’altro. È piena la storia di innovazioni che hanno cambiato la vita delle persone e che magari sono state trovate casualmente.

Non bisogna aver paura di sbagliare, non bisogna aver paura di rischiare, di fermarsi alla prima difficoltà, al primo errore. Un fallimento in un settore può portare a una scoperta incredibile in un altro.

Lo sport può essere terreno di prova per l’innovazione?

Credo che il territorio sportivo offra questo tipo di ricerca. Lo sport è di fatto un grande laboratorio, sia in forma pratica sia metaforica. Lo sport è scuola di tante cose, anche di pensiero.